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Il Grande Ateo: Il visitatore, Schmitt

Scritto da: il 17.09.09 — 5 Commenti
La bellezza del Teatro, come forma e genere letterari, sta nel fatto che, con la sua oralità gestualità ed espressività, in maniera simile alla Musica, riporta la parola alla sua originale, umana potenza comunicativa ed evocativa. Anche altri generi letterari – come la prosa e la poesia – hanno questa potenza, naturalmente, ma, per esser compresi appieno, hanno bisogno di una mediazione intellettuale di cui il Teatro può e fa del tutto a meno. Non solo, ma anche se al dramma anziché assistervi in sala se ne legge il testo, più che nella prosa e nella poesia (soprattutto se quest'ultima è epica), si nota come venga esaltato quell'aspetto primario della lingua che è l'aspetto pragmatico, quello che crea e “fa accadere” gli eventi, guida e modifica i pensieri dei parlanti. Quanto detto ben si può riscontrare in questo dramma del 1993 di Eric-Emmanuel Schmitt (1960), Il visitatore, in cui in una sera assai agitata, mentre a Vienna scorrazzano soldati nazisti in cerca di ebrei, nel proprio famoso studio, all'ebreo professor Sigmund Freud (1856-1939), in preda all'ansia perché la figlia Anna è stata arrestata dalla Gestapo (fatto realmente accaduto), compare davanti un elegante quanto misterioso individuo che dice di non avere alcuna identità. Pur inizialmente alquanto seccato, Freud ne è incuriosito via via che la conversazione tra i due, invece di terminare frettolosamente, prende consistenza e continua. Chi potrà mai essere? Uno squilibrato in cerca di cure? Un mitomane? Il prof. Freud viene a sapere che effettivamente un degente è fuggito dal vicino manicomio. Sarà certamente lui che è tanto malato da voler far credere di essere Dio. Come fa, però, a sapere certe cose? E, soprattutto, come fa a dire (o pre-dire) il futuro dell'anziano scienziato? Il libro che questi scriverà prima di morire il 23 Sett... anche questo sembra sapere lo strano ...
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