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Frankenstein, Shelley

Scritto da: il 24.04.09 — 6 Commenti
Può essere che uno dei più grandi classici della letteratura horror sia anche uno dei libri meno conosciuti e soprattutto più travisati nelle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche? Può essere se parliamo del Frankenstein di Mary Shelley, straordinario romanzo pubblicato nel 1818, racconto di eccezionale modernità nonché vittima di una serie infinita di abusi e tradimenti già a partire dalle sue prime riduzioni per il teatro. Assurto con l’avvento del cinema a vera e propria icona universale dell’orrore, tutti abbiamo negli occhi l’immagine del mostro, gigantesco, cicatrici sulla fronte e bulloni al collo, e lo sguardo infossato e ciecamente omicida di Boris Karloff. La creatura del Barone Victor Frankenstein, così come ci è stata tramandata da decenni di film e remake, senza contare la geniale parodia ad opera di Mel Brooks, non è nemmeno in grado di esprimersi, se non attraverso grugniti bestiali, e non dà certo l’idea di possedere un intelletto che vada al di là di un demente istinto omicida. Non è però così nel romanzo originale della Shelley, dove la creatura è invece dotata di intelletto ed è addirittura una delle tre voci narranti assieme al Barone stesso e a Walton, il navigatore diretto verso l’Artico che diviene testimone dell’epilogo tragico della vicenda. Il mostro uccide per reazione al rifiuto, anela all’amore ma riceve odio, e ripaga sì con la morte, ma scientemente e deliberatamente, e non senza un processo di riflessione. Il suo è un atto di ribellione. Rifiutato ed umiliato dal suo stesso creatore, il mostro è qui creatura satanica, vero e proprio “doppio” e contraltare del Barone, dotato di sensibilità d’animo ma infelice e condannato alla solitudine. Non solo, ma egli si rivela capace di interrogarsi sul significato dei suoi delitti e sulla portata universale delle sue angosce in monologhi che sono fra le parti migliori e più ...
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