Scopro tramite Pensieri Spettinati l’esistenza di una collezione di ex-libris online; per chi non avesse familiarità con l’ex-libris ricordo che è “una etichetta, solitamente ornata di figure e motti, che si applica su un libro per indicarne il proprietario. Può fungere anche come contrassegno apposto nella parte interna della prima pagina di copertina dei volumi catalogati in una biblioteca privata. L’etichettatura può essere cartacea, in materiali pregiati quali cuoio o pergamena, o sotto forma di timbro, in questo caso, a inchiostro, a lacca, a fuoco od altro”. (Wikipedia).
In poche parole è la versione nobile di quel che faceva ogni anno mia madre coi miei testi scolastici (arrivando addirittura a comprarmi un timbro apposito). Sperando che torni in auge come tradizione ecco a voi il sito in cui potete trovare una buona catalogazione di alcuni begli esemplari: Exlibris Museum.
Per metterli su Anobii vado a ripescare questi due libri di Richard Matheson (1926) che sapevo di avere e aver letto ormai parecchi anni fa. Ne ho un buon ricordo. Mi piace questo autore e quando mi tornano in mente i titoli dei suoi romanzi che ho letto (I vampiri – vecchio titolo con cui era stato tradotto I am Legend del ‘54, cui ha dato rinnovata notorietà il film del 2007 con Will Smith – ma ce n’erano stati degli altri tratti più o meno liberamente da questo testo) mi stupisco sempre del taglio originale che Matheson ha saputo dare a vecchie tematiche del romanzo horror o del soprannaturale. Con I am Legend rielaborava il tema del vampirismo mentre con Io sono Helen Driscoll (del 1958: titolo originale A Stir of Echoes) il tema rielaborato è quello, anch’esso ben noto, dei fantasmi e del soprannaturale.
Verrebbe da chiedersi: che cosa di nuovo e originale ci si può inventare sia per il vampirismo che per il genere Storie di Fantasmi senza scadere in una più o meno accettabile variazione sul tema (appunto)? È questo che Matheson è riuscito a fare. E in modo tutto sommato semplice attualizzando la vicenda e rendendola credibile per l’epoca di uscita dei due libri.
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Da qualche settimana è uscito in edicola, allegato a La Repubblica o L’Espresso, un bel volume a fumetti dedicato a Fabrizio De André, intitolato Uomo Faber. Gli autori sono Fabrizio Calzia per i testi e Ivo Milazzo per i disegni.
Se Ivo Milazzo davvero non dovrebbe avere bisogno di presentazioni, essendo una delle autentiche colonne storiche del fumetto italiano (basti ricordare la serie Ken Parker, su testi di Giancarlo Berardi) e in assoluto uno dei più grandi maestri della “letteratura disegnata”, ammetto che so (molto) meno della storia di Lorenzo Calzia, che però per quanto mi riguarda parte avendo dalla sua come minimo una grande passione per le parole e la musica di Fabrizio De André, e tanto basta almeno per ora.
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Chi ha letto (o come me, riletto innumerevoli volte) Orgoglio e Pregiudizio, il capolavoro di Jane Austen, sa che la storia d’amore che fa da fulcro al romanzo, quella tra Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy, è narrata quasi esclusivamente attraverso gli occhi di Lizzie. La vicenda non si discosta mai troppo dalla sua vera protagonista, seguendo molto da vicino l’evolversi del sentimento di lei ma nascondendoci molto dei pensieri dell’altra metà del cielo, se così vogliamo chiamarla.
Qualcosa anche di Darcy la Austen ci racconta, senza alcun dubbio: noi tutti, rilettori accaniti del romanzo, sospetto possiamo citare praticamente a memoria il momento esatto in cui lui iniziò a essere stregato da Elizabeth, ma come nel suo cuore la natura di questi sentimenti si radicò fino a diventare vero amore ci rimane in ombra.
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Comincio col sottolineare che non sono tra coloro che vivono sul luogo comune “il libro è sempre meglio del film”. Ci sono casi in cui, secondo me, le pellicole sono di tutto rispetto e qualche volta anche più divertenti dei romanzi da cui sono tratte (un esempio per tutti: Il diavolo veste Prada). Quando ho saputo che Amabili Resti sarebbe stato trasposto per il cinema da Peter Jackson, di cui ho amato tantissimo la trilogia su Tolkien (ve l’ho detto che non sono una “purista”!), non stavo più nella pelle all’idea. Forse, però, è stato uno di quei casi in cui l’aspettativa era troppa.
Laddove il romanzo è un’intensa riflessione sulle sfaccettature del dolore, qui abbiamo una sorta di pubblicità del Mulino Bianco lunga più di due ore, in cui la protagonista saltella in una specie di radura sconfinata dove ogni tanto appare un gazebo sicuramente riciclato dal set della “Compagnia dell’Anello”. Critici ben più navigati di me hanno voluto vedere in questo la tematica della “Terra di Mezzo” tanto cara al regista e fin qui ci può stare; peccato, però, che a questo mondo alternativo sia dedicato troppo spazio, togliendo spessore alle vicende dei vivi attorno ai quali la storia originale era incentrata.
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Per chi se lo stesse chiedendo, mi sono persa – al cinema – il film L’eleganza del Riccio. Per non ripetere l’esperienza, anche se sul mio comodino c’è una Torre Pendente di libri che fa invidia a Pisa, ho piazzato in pole position Amabili Resti di Alice Sebold (Edizioni E/O), in quanto la fascetta strilla che a breve uscirà la trasposizione cinematografica ad opera di Peter Jackson.
Me lo sono letto d’un fiato, dunque, e, se ci penso, mi salgono ancora le lacrime agli occhi.
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La cosa più spaventosa letta oggi è la rubrica di Tullio de Mauro su Internazionale. Dice che l’80% degli italiani avrebbe un livello di alfabetizzazione scarsissimo o nullo.
Parliamo dell’aspetto politico di questo dato, al di là delle sue più ovvie ricadute culturali: un Paese in cui solo il 20% della popolazione sa leggere, scrivere e far di conto è un Paese in cui pochi eletti possono leggere un articolo di giornale e comprendere il significato di quello che hanno sotto gli occhi.
Un Paese dove le dinamiche politiche, economiche e sociali, anche le più basilari, non sono comprensibili, perché spesso divulgate mediante un supporto scritto, o in una forma che presuppone una conoscenza della espressione grafica.
In un Paese del genere la democrazia è costantemente a rischio, perché il voto si affida sull’opinione di chi non ha gli strumenti per formarsi un’opinione. Questo significa terreno fertile per il populismo e per l’autoritarismo.
Cose di cui avere paura, Ismaele
Probabilmente non tutti sanno chi è Marco Cassini. Alcuni, che conosco personalmente, lo considerano il loro mito, con la sua storia di editoria coraggiosa, magari un po’ incosciente all’inizio, ma vincente. Perché Refusi, il suo Diario di un editore inCorreggibile, racconta proprio la nascita e le storie quotidiane della casa editrice da lui fondata con Daniele Di Gennaro, la Minimum fax.
A partire dal pretesto della sua diagnosi di stress, che però non mi sembra troppo difficile accettare come realtà e non come finzione letteraria, l’autore scrive della sua avventura e di come ha cambiato realmente la sua vita, ma anche di come sia distante dall’immaginario che ne aveva.
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Gli scrittori, sono fatti tutti così. Difficilmente, ascoltano. Quasi mai fanno il tifo per scrittori che non siano loro stessi. Sono personaggi antipatici, in fondo, perché l’unica storia che ritengono degna di nota è quella che devono raccontare loro.
Anche al corso di scrittura creativa del mio amico, facevo finta di sentirmi uno come tanti e quando mi apostrofava gli dicevo: “Dai, Manuel, smettila di fare così, non sono uno scrittore vero”, ma in fondo mi sentivo diverso da tutti quelli che erano in quella stanza. Mi sentivo speciale, solo perché credevo che non ci fosse bisogno di contare le battute in un foglio, o scrivere qualcosa a tema, solo perché credevo che la scrittura è qualcosa che ti nasce dentro e che fa parte dei tuoi cromosomi, tipo il colore dei capelli o tipo la predisposizione per le cose. Mi sentivo diverso, e mi sentivo migliore degli altri.
La sindrome di Queneau 2, Sette per uno
I bibliomani sanno essere davvero fissati:

Via 9gag
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