Prima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra.
Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna.
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Col permesso dell’autore riportiamo qui una recensione tratta dal blog Il Giornalaio:
I fumetti, come ho avuto modo di evidenziare a più riprese, nel nostro paese non hanno mai avuto uno status che andasse al di là dell’intrattenimento. Il fumetto di attualità nel nostro paese, ad esclusione di rarissime pubblicazioni distribuite in circuiti “non ufficiali”, non esiste.
Il fumetto giornalistico sembra assumere sempre più il un ruolo di strumento di denuncia che testimonia come i fumetti abbiano una forza che forse non possiede nessuna altra forma di giornalismo per capacità di narrazione e coinvolgimento.
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Durante le settimane più intense preferisco accantonare i romanzi che ho in lettura e passare a qualcosa di più rapido, come le raccolte di racconti. È uno dei motivi per cui ho preso la collezione completa dei Toilet, così da avere sempre qualcosa di buona qualità a disposizione. Non fa certo eccezione questo Toilet n.14, di appena un paio d’anni fa.
Devo dire anzi che mi sorprende in modo piacevole: nel corso dei vari numeri la qualità migliora sempre più, sia per quello che riguarda la selezione di racconti, sia per la cura editoriale, compreso il differente formato e le piccole modifiche nell’impaginazione.
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Credo che l’epistola – dopo la poesia epica o altre forme di racconto cantate (si pensi alla ballata) – sia una delle prime più semplici forme narrative. Ci sono fatti raccontati, sequenzialità temporali peraltro non obbligate: si possono creare dei flash back o delle contemporaneità come in una struttura a montaggio alternato, il risultato narrativo rimane sempre godibile: anzi, in certi casi, più coinvolgente, poiché la lettera è sempre un oggetto personale quand’anche la comunicazione sia quella distaccata del commercio o dell’amministrazione.
Vanno dette subito due cose: questo carteggio tra la scrittrice e sceneggiatrice americana Helene Hanff (1916-1997) e la libreria antiquaria londinese Marks & Co sita all’84 di Charing Cross Rd è un fatto realmente accaduto: dai primi di ottobre 1949 all’ottobre del 1969; seconda cosa: la summenzionata libreria antiquaria dal 1970 non esiste più: ha dovuto chiudere definitivamente i battenti per la ristrutturazione dell’edificio dove aveva i propri locali.
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Sono un po’ seccata, oggi. Ho passato già due ore (e almeno altrettante me ne toccheranno) a rispondere cortesemente a mail di persone ingenue, disinformate o maleducate. Ma invece di sfogarmi cercherò di dare alcune nozioni pratiche di come si scrive a un editore, approfondendo i temi di un vecchio post.
Partiamo dalle basi; sei, senti di essere, ritieni possibile definirti, nel tuo intimo ti ritieni uno scrittore. Hai finito, si suppone con grande cura, il tuo romanzo/racconto/silloge, e non vedi l’ora di condividere con il mondo i tuoi pensieri, sentimenti, esperimenti letterari. È questo il momento in cui si decide se sarai nel 97% dei cestinati o nel 3% dei letti (e da lì nello 0,5% dei pubblicati).
Devi sapere che in Italia gli scriventi sono un’infinità ma gli scrittori pochi. Quindi la tua mail sarà letta in sequenza insieme ad altre 40 o 60 mail per una selezione preventiva. Devi sapere anche che ciò che per te è un’esperienza unica, aver partorito un’opera, per chi si troverà a leggere sarà nulla più che un altro numero, il testo 237 di 2000. Considera che un editore piccolissimo, come me, riceve più di 500 testi al mese.
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1967. I Beatles, in piena era psichedelica, registrano Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, album di importanza seminale. Pochi passi più in là, negli stessi giorni e negli stessi studi EMI di Abbey Road, i Pink Floyd stanno incidendo il loro folgorante album d’esordio, The piper at the gates of Dawn. Chi influenza chi è tuttora oggetto di appassionate discussioni fra musicofili. Syd Barrett canta visioni acide, in casa sua si dà l’LSD perfino al gatto, John Lennon vede Lucy in the sky e perfino gli Stones vivono la loro stagione lisergica nell’incarnazione delle Loro Maestà Sataniche.
In Italia il panorama musicale era molto più provinciale e quieto, certamente meno visionario: il giovane Guccini al massimo cantava le notti ed il fiasco e il resto era Rita Pavone – fate voi – ma il nostro modesto contributo a quella fatidica stagione di “espansione della mente” fu come minimo la prima edizione integrale, presso Einaudi, del capolavoro postumo di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita.
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Prima o poi vi parlerò, in questa sede, di quel Rebecca che diede tanta fama a Daphne du Maurier, grazie anche al genio di un regista come Alfred Hitchcock che ne trasse un film splendido nell’ormai lontano 1940. Ve ne parlerò, dicevo, ma non adesso.
Ora lasciate che vi presenti una chicca della scrittrice: non uno dei suoi romanzi più conosciuti, ma sicuramente uno dei più belli, scritto nel 1957 e arrivato finalmente in Italia nel 2009 a opera del Saggiatore, Il capro espiatorio.
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Uno dei temi più affascinanti che riguardano la psiche umana è senza dubbio quello del Doppio, l’Altro che – secondo molti scrittori, psicologi e filosofi – si nasconderebbe in ognuno di noi. Nel 1886 Robert Luis Stevenson ci regala un testo di chiara matrice fantastica, che ha avuto il merito di fissare l’archetipo della doppia personalità e i cui personaggi sono entrati a far parte del nostro substrato culturale: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, che io ho letto nella versione tascabile edita dalla Newton Compton.
La storia si svolge in un imprecisato anno del XIX secolo a Londra; l’avvocato Utterson si trova a fare da testimone ad una serie di fatti misteriosi che coinvolgono un certo signor Hyde (si noti che in inglese questo nome suona come il verbo to hide, cioè “nascondere”), il quale sembra essere ospite di un amico comune: il rispettabile dottor Henry Jekyll. Fin qui non vi sarebbe nulla di strano se Hyde non ispirasse disgusto e terrore in chiunque abbia modo anche solo di intravederlo.
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Pochi giorni fa ne ho parlato su Rivista inutile, ma vorrei tornare anche qui su un libro letto di recente, a metà tra saggio e racconto, Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona. Già dal titolo le associazioni mentali mi hanno portata a ricordare un altro Ritorno molto amato, quello al mondo nuovo di Huxley come integrazione e valutazione del suo capolavoro.
Non è un’associazione casuale; anche Arona, infatti, ritorna sui temi e nei luoghi delle sue Cronache di Bassavilla, rielaborando, chiosando, aggiungendo annotazioni e considerazioni, pur utilizzando un registro da racconto gotico. Un po’ come un’escursione con guida di Bassavilla e dei suoi dintorni, Bassavilla che effettivamente è Alessandria e la sua provincia, ma che funge anche da rappresentante di tanti paesaggi italiani infusi di brivido e stranezza.
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Ormai girando per la rete non si può non imbattersi in questo iPad. I fan di Jobs già discutono quale modello prendere, l’altra metà del web lo distrugge a prescindere, e tra rumors e lancio non si capisce davvero granché. C’è un articolo interessante in merito, ma basato più sul questioni tecniche.
Sicuramente l’estetica e la semplicità d’uso degli oggetti made in Cupertino sono imbattibili. Ma razionalmente bisogna frenare l’entusiasmo aprioristico e valutare i dati, specie per chi parla di rivoluzione degli ebook. Prima lo farò come normale utente e solo dopo come editore.
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